Numero 69/70 - Luglio/Agosto 2002
LA GUERRA DEL PELOPPONESO Iniziata nel 430 a. C., venne condotta dalla
potenza greca sulla base del principio che "la giustizia è l'utile del più forte"
IL CONFLITTO FRA ATENE E SPARTA:
ATTUALISSIMO MODELLO DI CINISMO
di CARLO FEDERICO BATÀ'
"Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d'esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità. […] Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate".
Questo è l'inizio dell'epitaffio pronunciato dall'ateniese Pericle in onore dei morti del primo anno della guerra del Peloponneso. Sono esaltati il sistema democratico della città, che conferisce al popolo la facoltà di partecipare alla vita politica, e la missione civilizzatrice, voluta dalla necessità e dalla provvidenza, che comporta l'estensione di tale modello con ogni mezzo a disposizione. Siamo nel 430 a.C. e Atene e Sparta si contendono il dominio del mondo greco, mezzo secolo dopo la comune vittoria contro i persiani. L'intera contesa
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Alcibiade, uno dei condottieri
dell'esercito greco
bellica è stata tramandata dal primo storico moderno che l'antichità ricordi, l'ateniese Tucidide di Oloro, che dal suo forzato esilio in Tracia, dove possedeva alcune miniere d'oro - era stato espulso dalla città in seguito ad una sconfitta militare nei primi anni della guerra - descrive, avvalendosi di racconti e di testimonianze dirette, quello che definisce l'evento più importante mai verificatosi, il maggior dispiegamento di forze mai schierato. E non solo: Tucidide si azzarda ad affermare che la guerra che si sta combattendo sarà un modello esemplare per molti conflitti futuri. Ecco perché definisce l'originale metodo seguito, (è dal greco istorèin, ossia raccontare, che deriva la parola storia) "un possesso per l'eternità".
Su rotoli di papiri, accuratamente conservati, registra le battaglie più importanti, mettendo al centro dell'intera vicenda le decisioni prese dagli uomini, ritenendo attinenti solamente alla sfera del mito le divinità dell'Olimpo e gli oracoli.
Nel 490 era scoppiata la prima guerra greco-persiana, conclusasi con la sconfitta dell'esercito di Dario I a Maratona per opera delle truppe ateniesi al comando di Milziade, morto, secondo alcune fonti, l'anno seguente per i postumi di una ferita riportata sul campo di battaglia durante la fallita liberazione dell'isola di Paro. Temistocle, appoggiato dai ceti dediti al commercio e contro l'espressa volontà della grande proprietà fondiaria, convinse Atene a procedere all'allestimento di una flotta in grado di creare una salda egemonia marittima, avvalendosi delle ricche miniere argentifere del Laurio. Nel 480, quando si celebrava la settantacinquesima Olimpiade - che dal 776 si teneva ogni quattro anni - l'esercito persiano di Serse I, succeduto da cinque anni al padre defunto, attraversato l'Ellesponto su un ponte di barche, invase la Grecia, saccheggiando Atene, abbandonata dalla popolazione. A Salamina, però, la superiorità tecnologico-militare degli ateniesi sul mare portò alla completa disfatta dei persiani. L'esaltazione euforica per la sofferta vittoria, che aveva strappato il mondo greco dalle fauci del mortale nemico, favorì l'emergere di forze ed energie fino allora latenti. L'età classica, che invece vide lo scatenarsi di meschine discordie intestine, iniziava sotto i migliori auspici: seguirono cinquant'anni di pace, che favorirono la fioritura del pensiero scientifico, filosofico ed umanista.
Venne stipulato un entente cordiale tra Atene e Sparta, molto avversato da Temistocle, costretto a lasciare la città dopo l'affermazione della politica conservatrice portata avanti da Cimone. Nel 456, mentre Mirone stava lavorando al celeberrimo Discobolo, venne posta l'ultima pietra delle Lunghe Mura, un doppio corridoio fortificato che univa Atene e il Pireo, rendendo la città inespugnabile, in quanto la flotta avrebbe potuto rifornire la città anche sotto assedio. Solo con la salita al potere di Pericle, si ebbe l'abbandono di tale politica, con la paziente tessitura di complicate alleanze con i nemici storici di Sparta e con la stipulazione di una pace con i persiani che riconoscevano l'autonomia delle città greche dell'Asia minore: iniziò così il tentativo di esportare con ogni mezzo il modello ateniese in tutto il mondo allora conosciuto. Anche nei confronti di chi si opponeva strenuamente a tale imposizione.
Per celebrare la grandezza della città, Pericle volle a tutti i costi dedicare un grandioso tempio alla dea Atena, il Partenone, posto sulla sommità dell'Acropoli, rimasta un cumulo di macerie dopo la devastazione della città da parte dei persiani. Lungo quasi settanta metri e largo oltre trenta, esso venne costruito, in nove anni di incessanti lavori, interamente in marmo. Allo scultore Fidia, che sovrintendeva la maestosa opera, venne affidata la creazione di una colossale statua - tredici metri di avorio ed oro - in onore della dea. Attorno a lui si trovavano numerose botteghe in cui i discepoli erano impegnati nell'esecuzione dei disegni del maestro per le metope, il fregio ed i frontoni del tempio. Appena più in basso, sul palco del teatro di Dioniso, venivano quotidianamente provate le battute delle tragedie di Sofocle ed Eschilo, ucciso secondo la leggenda a Gela, in Sicilia, da una tartaruga lasciata cadere da un'aquila sulla sua testa calva.
Il giovane Euripide metteva in mostra il suo geniale talento, ottenendo la prima vittoria negli agoni drammatici, in cui si misuravano i migliori artisti del tempo. Nei ginnasi venivano esposte le tesi del filosofo Anassagora, accusato in seguito di empietà e bandito dalla città per aver sostenuto che il sole era costituito di metallo incandescente. Erodoto
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Due guerrieri greci appartenenti
al corpo degli opliti
correggeva la stesura delle storie dedicate alle guerre persiane. Nel 460 era nato Ippocrate di Cos, destinato a lasciare un'impronta molto profonda sulla medicina occidentale. Tucidide riporta le parole di Pericle, che definì con orgoglio Atene la "scuola della Grecia". Per la prima volta in Occidente si sperimentava il funzionamento di una società in cui uomini, senza discriminazione alcuna e non legittimati da una discendenza divina, discutevano e approvavano pubblicamente questioni di enorme rilevanza per la città come le dichiarazioni di guerra, l'approvazione di imposte, la punizione di delitti. La democrazia aveva reso tutti (eccezion fatta per gli schiavi e per le donne, naturalmente) responsabili delle decisioni più importanti: era l'Assemblea, che si riuniva all'aperto sul colle della Pnice, che doveva rispondere di fronte all'intera cittadinanza.
Il popolo possedeva realmente il controllo diretto della cosa pubblica; l'attività politica era la più alta forma di vita sociale, che rendeva tutti i cittadini liberi partecipi della creazione di un potente impero navale su tutto il Mar Egeo, grazie al quale Atene poteva accumulare le ricchezze provenienti dalle città aderenti della Lega delio-attica da essa egemonizzata. Questa alleanza era stata voluta da Temistocle l'anno seguente la seconda vittoria sui persiani: la sede ufficiale venne fissata nell'isola di Delo, proprio nel mezzo del Mar Egeo, dove nel tempio di Apollo veniva custodito il tesoro sociale. Fu Pericle a deciderne il trasferimento ad Atene, considerata più sicura. Gli oneri che le colonie dovevano sostenere consistevano in tributi in denaro e in natura e persino rematori, che in alcuni casi dovevano prestare servizio sulle navi ateniesi per otto mesi l'anno. Al porto del Pireo approdavano ogni giorno numerosi vascelli che inondavano anche in pieno inverno i mercati della città di ortaggi e frutta fresca provenienti da Cipro, dalla Siria e dall'Egitto, il più grande produttore di grano del mondo e allora provincia persiana. Le casse cittadine arrivarono a custodire oltre quindici tonnellate di monete d'argento.
L'impero navale che si andava delineando - oltre duecento navi da guerra pattugliavano costantemente le coste del Mar Egeo - era stato reso possibile anche dall'abnegazione dei rematori della flotta, i teti, ossia nullatenenti, che a bordo delle navi avevano la certezza di percepire un salario. Molti di loro diventavano poi coloni nei nuovi territori conquistati, ricevendo un fazzoletto di terra e degli schiavi.
La rottura di questo equilibrio si ebbe nel 431, durante l'arcontato di Pitodoro, per esprimersi secondo l'uso corrente ateniese. "La vera ragione della guerra, ciò che la rese inevitabile, fu lo strapotere di Atene e la paura che ne nacque a Sparta", confessa Tucidide all'inizio della trattazione. Sparta temeva infatti che il dominio della rivale si potesse estendere anche sulla terraferma, dove essa esercitava ancora un saldo controllo. Una guerra, per quanto traumatica, si rendeva necessaria per impedire che il gap militare con Atene diventasse incolmabile. Sparta rappresentava il modello canonico di potenza continentale, arroccata all'interno del Peloponneso e difesa dal proprio esercito e dagli alleati. Atene invece incarnava perfettamente il ruolo di potenza marittima che attraverso la flotta imponeva il proprio dominio alle isole del Mar Egeo. Atene aveva accettato la sfida di creare un impero; Sparta, che non poteva concedersi il lusso di armare gli iloti, ossia gli appartenenti alla classe inferiore, già ribellatisi all'inizio del secolo, scelse di rafforzarsi al proprio interno, soprattutto dopo il devastante terremoto del 464 che aveva drasticamente ridotto la popolazione.
Atene rappresentò la polis che meglio seppe interpretare il passaggio dalla condizione di staticità del periodo arcaico alla forma dinamica e piena di tensione della vita politica del V secolo a.C. Tre erano stati gli episodi più recenti che avevano fatto precipitare una situazione già abbondantemente compromessa: lo scontro tra Corinto e Corcira, l'odierna Corfù, che aveva indotto gli ateniesi ad inviare una spedizione navale a sostegno della seconda in funzione antispartana; l'embargo posto alla cittadina di Megara, colpevole di aver coltivato terre sacre appartenenti al santuario attico di Eleusi, che chiese
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Il grande Pericle: fece di Atene
una città ricca d'arte
immediatamente aiuto a Sparta; l'assedio ateniese a Potidea per indurre la cittadina a rompere ogni legame con Corinto, al quale parteciparono cinquemila uomini, tra cui anche il giovane Socrate, che combatteva come oplita in una delle rare sortite fuori da Atene.
Gli oligarchi spartani, dopo che l'alleata Tebe aveva attaccato senza preavviso Platea, da sempre legata ad Atene, decisero di ricorrere alle armi e nella primavera del 431 il re Archidamo guidò l'invasione dell'Attica con un esercito composto da venticinquemila uomini. Pericle diede l'ordine di raccogliere l'intera popolazione e il bestiame all'interno delle mura cittadine e, mentre gli spartani bruciavano migliaia di viti ed ulivi, la flotta ateniese devastava le località marittime del Peloponneso. Il primo anno, al termine del quale Pericle pronunciò il già menzionato epitaffio, passò senza che si verificassero altri scontri. L'anno seguente una terribile epidemia di peste, portata in città da una nave proveniente dal Medio Oriente, ebbe facile diffusione tra la gente e gli animali ammassati in città, a causa delle pessime condizioni igieniche e delle alte temperature estive. Lo stesso Tucidide venne contagiato. Dopo la morte di Pericle, che era rimasto al potere ininterrottamente per vent'anni ed era stato destituito durante il terzo anno di guerra, la carica di stratego, che era molto importante in quanto elettiva, venne assunta da Nicia, mentre sul piano prettamente politico si affermò la figura di Cleone, che si incaricò di guidare la crociata antispartana, facendo approvare un decreto che raddoppiava i tributi dovuti dagli alleati. Nel 422, durante lo scontro tra i due eserciti sotto le mura di Anfipoli, cittadina appartenente alla Lega delio-attica ribellatasi ad Atene, si registrò la morte dei due capi, Cleone e lo spartano Brasida, che rappresentavano i più tenaci assertori della guerra ad oltranza.
L'anno seguente le due parti si accordarono per una pace della durata di cinquant'anni che prevedeva il ritorno allo status quo iniziale. Pace che si rivelò fin da subito precaria, soprattutto dopo l'affermarsi sulla scena politica ateniese di Alcibiade, nipote di Pericle ed allievo di Socrate, desideroso di imporre l'autorità ateniese su tutto il mondo greco.
Nel 416, mentre la guerra si protraeva stancamente, Atene decise di affrontare la crisi della Lega delio-attica, - molti erano stati i tentativi di defezione - facendo sbarcare un contingente militare a Milo, colonia spartana che aveva scelto la non belligeranza al momento dello scoppio del conflitto quindici anni prima. "Contro Milo si mossero con trenta loro navi, sei di Chio, due di Lesbo, con milleduecento opliti ateniesi, trecento arcieri e venti arcieri a cavallo, e inoltre millecinquecento opliti circa, tra alleati e isolani", racconta Tucidide. Messi ateniesi si recarono davanti agli oligarchi melii per verificare se poteva essere trovato un accordo. Il geniale storico greco ricrea la scena di un teatro, in cui attori di consumata esperienza entrano con sapienza nella parte assegnata. Da una parte gli ateniesi, desiderosi di affermare e di consolidare l'impero; dall'altra la piccola isola di Milo, intenta a salvaguardare la propria sopravvivenza. I melii si accorgono subito della delicatezza della situazione, affermando che esistono pochissime speranze di salvezza, poiché l'esito della discussione può essere o la guerra, se le posizioni rimarranno tali, o la schiavitù, che annullerebbe l'identità politica dell'isola, se gli ambasciatori di Atene saranno convincenti e faranno accettare le loro imposizioni.
"Non vi affliggeremo una lunga sequela di parole", esordiscono i delegati ateniesi, rinunciando a giustificare eticamente la loro condotta e confermando la scelta di discutere non di giustizia, di cui ci si può avvalere "solo quando si è su una base di parità", bensì solamente dei rapporti di forza reali che obbligano la piccola isola ad obbedire ai dettami della grande potenza. Concetti astratti come giustizia o morale non possono essere presi in considerazione: pochi anni dopo Platone si dimostra d'accordo con la tesi esposta da Tucidide, facendo dire a Trasimaco, nel primo libro della Repubblica, che la giustizia non è altro che l'utile del più forte e a Callicle, nel Gorgia, che ogni limitazione di questa tendenza per mezzo di leggi è contraria alla natura. L'incompatibilità tra forza e diritto emerge in modo palese e si risolve a favore della prima: nella valutazione dei fatti politici, dirà Machiavelli nel XVI secolo, non si possono prendere in considerazione giudizi di valore. Bisogna riconoscere una certa autonomia alla politica, poiché l'ambito di azione degli Stati è profondamente diverso da tutti gli altri scenari. "Il nostro intendimento", proseguono gli ateniesi, "è di esercitare l'impero su di voi senza traumi, e garantire la vostra salvezza in modo conveniente per entrambi".
E' la bruta realtà dei rapporti di forza che viene messa al centro della discussione: l'essere temuti, e al limite anche odiati, è la prova incontrovertibile della potenza di una così valorosa città. Gli oligarchi melii, nella prima fase del dialogo, ribattono sterilmente alla
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Tucidide, lo storico delle
guerre del Peloponneso
ferrea logica di dominio esposta, cercando con futili argomentazioni e timidi balbettii un modo per uscire dal vicolo cieco in cui si trovano. "Come potrebbe essere conveniente allo stesso modo per noi essere schiavi e per voi dominare?". Anche il tentativo di convincere i propri interlocutori a spostarsi dal mero profitto immediato per concepire una visione di insieme proiettata verso il futuro, che contempli l'utilità di comportarsi in modo accondiscendente, fallisce miseramente. L'immagine della città cui tutti i greci guardano con ammirazione e rispetto sarebbe notevolmente danneggiata da un comportamento che imbarbarirebbe i rapporti tra gli Stati, sostengono i melii, e questo potrebbe ritorcersi contro di loro, in caso di sconfitta. Atene, invece, è perfettamente consapevole che il danno maggiore le verrebbe da una condotta non rigorosa, che costituirebbe un esempio nefasto per le altre colonie amministrate, che chiederebbero immediatamente un trattamento analogo: "solo con la vostra sottomissione voi ci garantireste la sicurezza", concludono con freddo cinismo i delegati ateniesi. Il comportamento dei melii è percepito come una pericolosa minaccia ai propri interessi nazionali. Il controllo di Milo è una condizione necessaria e un passaggio obbligato verso "signoreggiare tutta la Grecia", secondo le parole di Alcibiade, che più di ogni altro interpretò la visione più intransigente di politica aggressiva.
I potenziali competitori, Sparta e il redivivo Impero persiano, sono in attesa di passi falsi e crepe nel mastodontico edificio meticolosamente costruito. Atene non può prescindere dal dominio sul mare, che al momento è pressoché totale, perché è la principale condizione della propria sopravvivenza. Ed è proprio dalle isole del Mar Egeo che non si possono tollerare insubordinazioni da parte di sudditi renitenti. Per mantenere in piedi un impero è necessario combattere, in primo luogo con mezzi militari, e rispondere con la forza ogniqualvolta tale dominio è messo in discussione. I melii si dicono fiduciosi e si affidano, per scongiurare una dura repressione, alla "fortuna", che a volte può colmare il divario esistente tra due contendenti, alla "buona sorte che promana dalla divinità" e confidano "nell'alleanza con Sparta", dovuta al rapporto di stirpe che lega le due città. Gli ateniesi, dopo aver liquidato con sarcasmo l'affannoso tentativo degli isolani di affidarsi irrazionalmente alla sorte, - "la mantica, gli oracoli e tutto quanto, insieme con le speranze, porta la gente alla rovina" - espongono molto chiaramente la logica imperiale che guida le loro azioni: "tra gli uomini […] un necessario e naturale impulso spinge a dominare su colui che puoi sopraffare. Questa legge non l'abbiamo stabilita noi, né siamo stati noi i primi a valercene; l'abbiamo ricevuta che già c'era e a nostra volta la consegneremo a chi verrà dopo, ed avrà valore eterno".
L'unica legge che vige è quella del più forte, soprattutto quando non esiste un'entità sovranazionale in grado di imporre opportune regole di condotta. Gli Stati sono come gli uomini nello stato di natura analizzati da Hobbes nel Leviatano: mentre, però, gli uomini si sono evoluti per non sbranarsi a vicenda come lupi, nel campo delle relazioni internazionali è molto difficile giungere ad un accordo, poiché gli interessi degli attori sono troppo contrastanti. Sempre Hobbes afferma che in guerra la forza e la frode sono le due virtù cardinali. Le dinamiche della politica internazionale, per natura profondamente conflittuale, seguono le regole dell'anarchia, conciliabile o con un impero quasi universale, che imponga la propria indiscussa supremazia militare e politica, o con un equilibrio tra le varie potenze, che impedisca determinati comportamenti pericolosi per l'equilibrio del sistema. Tucidide illustra il tentativo egemonico di Atene, che ci viene mostrata all'apogeo della propria consapevolezza, di controllare e di agire come catalizzatore di tutto il mondo conosciuto attraverso la flotta, sposando la tesi che in politica internazionale l'alternativa si riduce semplicemente al dominare o all'essere dominati. I delegati ateniesi non perdono tempo nemmeno a ritenere possibile l'aiuto di Sparta, che non può in alcun modo violare il loro dominio sul mare, ed offrono all'isola la condizione di alleata tributaria con la promessa di non devastarne il territorio.
"Non ce la sentiamo di liquidare in pochi istanti la libertà di una città che esiste ormai da settecento anni", ossia dalla calata dei Dori nel XII secolo a.C., rispondono con fiera disperazione i melii. Gli ateniesi, abbandonando il tavolo delle trattative, sentenziano: "poiché, fiduciosi negli Spartani, nella fortuna, nelle vostre speranze, avete messo in gioco tutto, perderete tutto". Appena prima avevano esortato i melii a valutare nel modo corretto l'oggetto del contendere: "la salvezza: il che significa non opporsi a chi è di gran lunga più forte". E' la forza che regola, e nel caso appiana, i contrasti tra entità politiche differenti. Il "Terribile dialogo", come si esprime Nietzsche nella Genealogia della Morale, si conclude con un nulla di fatto. L'isola venne posta sotto assedio e, terminata l'estate, gli ateniesi,
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Uno scorcio dei resti del Partenone
che Pericle aveva investito del compito di educare la Grecia, in quanto amanti del bello e della sapienza, sterminarono pochi anni dopo con inaudita ferocia i cittadini di Milo, passando per le armi i maschi adulti e vendendo come schiavi le donne e i bambini. Cinquecento coloni si videro assegnata tutta la terra coltivabile. La libertà, che regolava tanto mirabilmente i rapporti dentro Atene, era così arrogantemente violentata con l'imposizione del modello politico ateniese anche a quelle città che con coraggio l'avevano rifiutato. Già in precedenza si erano verificati altri casi analoghi: nel 428 il tentativo di ribellione di Mitilene fu represso da Atene nel sangue; nello stesso anno gli spartani e i tebani massacrarono l'intera popolazione di Platea, colpevole di essersi schierata con il nemico.
Per Tucidide l'impero costituisce un fatto di natura, che non può essere oggetto di considerazioni morali: bisogna valutare in maniera diversa le relazioni tra individui all'interno di uno Stato, dove le leggi possono sanzionare comportamenti devianti, e quelle tra Stati, dominate unicamente dalla legge del più forte. Il linguaggio universale parlato nell'arena internazionale è la potenza, economica, militare o tecnologica che sia. La trama della politica tra Stati resta costante: il problema eterno della coesistenza di unità politiche gelose della propria autonomia non sembra poter essere definitivamente risolto. Il dinamismo delle relazioni sovranazionali è dovuto alla lotta di opposizione che deriva da una necessità naturale e dall'impossibilità di comporre in modo duraturo attriti e contrasti. Si deve accettare il carattere di inesorabile conflittualità dei rapporti tra gli Stati. Non è facile ribattere alla tesi esposta: lo scontro tra la spietata realpolitik ateniese e la visione quasi romantica della piccola isola, colpevole solamente di trovarsi in mezzo al Mar Egeo, non può che avere un vincitore, qualunque sia la decisione presa.
La condotta di Atene, per quanto fredda ed insensibile possa sembrare, si dimostra assolutamente più logica e coerente e lo stesso dialogo si risolve anche verbalmente a favore dei messi ateniesi. Come il suo contemporaneo Sun Tzu, vissuto nella Cina feudale degli Stati combattenti e che aveva visto da pochi anni la scomparsa di Confucio, Tucidide studia il fenomeno bellico, riconducendolo a fattori esclusivamente umani. La guerra, affermò il grande studioso cinese nel trattato L'arte della guerra, è di vitale importanza per lo Stato, è materia di vita o di morte, è una scelta che può condurre alla salvezza o alla rovina. L'anno seguente Alcibiade convinse l'Assemblea ad approvare una spedizione navale contro Siracusa, alleata di Sparta: la città festosa si radunò sulle banchine del porto del Pireo per salutare i soldati mandati a combattere ad oltre mille chilometri di distanza. La notte precedente alla partenza, le Erme di Dioniso che erano poste agli incroci e nelle piazze di Atene furono mutilate e lo stesso Alcibiade, dopo la raccolta di prove a suo carico, fu accusato di sacrilegio. Una nave venne inviata in Sicilia, dove già si stava combattendo, per riportarlo ad Atene e processarlo. Alcibiade riuscì però a fuggire e ottenne rifugio a Sparta. Le operazioni militari, nonostante l'invio di rinforzi al comando di Demostene, volgevano intanto al peggio. La notte del 23 agosto 413, nel più completo buio dovuto ad un'eclissi totale di luna, la flotta siracusana bloccò le navi ateniesi all'interno del porto.
Duecento navi si affrontarono in pochi metri d'acqua: l'esercito ateniese lasciò sul campo migliaia di soldati, settemila uomini erano caduti vivi nelle mani del nemico e condannati ai lavori forzati nelle cave di pietra alle porte di Siracusa. Il totale delle perdite ammontò a quarantamila morti: un'intera generazione venne cancellata. Nicia e Demostene vennero condannati a morte. Approfittando della situazione, le città della Lega delio-attica invocarono l'intervento spartano e, una dopo l'altra, si ribellarono ad Atene, dove iniziarono a diffondersi richieste di pace. Il notevole onere di debiti e di spese connesse al mantenimento del ruolo di potenza egemone fecero implodere il sistema tanto faticosamente costruito. La delegittimazione dell'autorità ateniese sul mondo greco proseguì senza sosta. Nel 411 Aristofane, nella Lisistrata, espose con ironia l'accordo delle donne di tutte città greche, che decisero uno "sciopero dell'amore" per convincere gli uomini a porre fine al lungo e sempre più sanguinoso conflitto. Sparta avviò contatti diplomatici con i persiani, mentre Atene, dove si verificò pure un colpo di stato oligarchico che per un anno limitò i diritti politici prima a soli quattrocento, poi a cinquemila cittadini, intavolò un dialogo proficuo con Cartagine per minare l'appoggio di Siracusa alla rivale. La comune lotta contro i barbari era ormai uno sbiadito ricordo. Nel 404, dopo la disfatta ateniese ad Egospotami, Lisandro, il nuovo capo militare di Sparta, grazie agli aiuti finanziari persiani che avevano consentito di mettere in discussione il dominio ateniese, guidò la flotta verso il Pireo: Atene venne assediata per mare, mentre il re spartano Pausania guidava i suoi uomini dalla terraferma, Dopo mesi di agonia la città si arrese incondizionatamente.
Queste le parole di Senofonte, che nel secondo libro delle Elleniche riporta la triste fine dell'impero: "Gli ateniesi, assediati per terra e per mare, non sapevano più cosa fare, non avevano più navi, né alleati, né viveri e pensavano che non ci fosse nessuna via di salvezza: sarebbe toccato loro subire la stessa sorte" - e qui il riferimento è al duro trattamento riservato a Milo - "che avevano inflitto alle popolazioni di tante piccole città". Gli alleati di Sparta, infatti, proposero di radere al suolo Atene, di uccidere tutti i maschi adulti e di vendere donne e bambini come schiavi. Gli spartani giunsero ad una più ragionevole conclusione, rendendo il giusto onore a chi aveva saputo tanto valorosamente battersi anni addietro per la libertà del mondo greco. Le Lunghe Mura, tra le note melodiose dei flauti, continua Senofonte, furono abbattute; l'intera flotta, eccezion fatta per dodici navi, venne requisita e i cantieri del Pireo smantellati; un presidio spartano fu instaurato sull'Acropoli. Il potere venne assegnato ad un governo oligarchico, detto dei Trenta Tiranni, dipendente da Sparta. Lisandro dispose il ritorno dei melii superstiti nella loro isola, governata per oltre un decennio da una cleruchia ateniese. Il tentativo ateniese di costruire un'egemonia allo stesso tempo marittima e terrestre si risolse in un fallimento. Il vero vincitore fu il satrapo persiano Tissaferne, che coronò di successo la politica di mantenere un proporzionato equilibrio tra le due potenze rivali. Fu l'aiuto offerto a Sparta dai persiani a partire dal 413, quando Alcibiade in persona si era recato in Persia, che permise a questa di sconfiggere la rivale.
Chi perse definitivamente ogni speranza di influenzare il mondo circostante fu la cultura greca, fiaccata da un debole policentrismo, che iniziò a decadere verso un oblio millenario. La sconfitta di Atene in Sicilia fu altresì un momento cruciale per la storia dell'intero continente, da lì a breve assoggettato dalle legioni dell'impero romano.
BIBLIOGRAFIA
  • Il dialogo dei melii e degli ateniesi, a cura di Luciano Canfora - Letteratura Universale Marsilio, Venezia, 1991.
  • Akropolis. La grande epopea di Atene, di Valerio Massimo Manfredi - Oscar Mondadori, Milano, 2001.
  • Antologia della letteratura greca, di Guido Paduano - Zanichelli, Bologna, 1991.
  • La guerra del Peloponneso, di Tucidide - Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1989.