LA GUERRA DEL
PELOPPONESO Iniziata nel 430 a. C., venne condotta
dalla potenza greca sulla base del principio che "la
giustizia è l'utile del più forte" | |
IL CONFLITTO FRA ATENE E
SPARTA: ATTUALISSIMO MODELLO DI CINISMO
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"Abbiamo una
costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi
siamo più d'esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è
retta in modo che i diritti civili spettino non a poche
persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di
fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati,
a tutti spetta un piano di parità. […] Noi spieghiamo a tutti
la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove,
e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza
bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi
può dilettare per il momento presente, mentre la verità
sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver
costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla
nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle
nostre imprese fortunate o sfortunate". Questo è
l'inizio dell'epitaffio pronunciato dall'ateniese Pericle in
onore dei morti del primo anno della guerra del Peloponneso.
Sono esaltati il sistema democratico della città, che
conferisce al popolo la facoltà di partecipare alla vita
politica, e la missione civilizzatrice, voluta dalla necessità
e dalla provvidenza, che comporta l'estensione di tale modello
con ogni mezzo a disposizione. Siamo nel 430 a.C. e Atene e
Sparta si contendono il dominio del mondo greco, mezzo secolo
dopo la comune vittoria contro i persiani. L'intera contesa
bellica
è stata tramandata dal primo storico moderno che l'antichità
ricordi, l'ateniese Tucidide di Oloro, che dal suo forzato
esilio in Tracia, dove possedeva alcune miniere d'oro - era
stato espulso dalla città in seguito ad una sconfitta militare
nei primi anni della guerra - descrive, avvalendosi di
racconti e di testimonianze dirette, quello che definisce
l'evento più importante mai verificatosi, il maggior
dispiegamento di forze mai schierato. E non solo: Tucidide si
azzarda ad affermare che la guerra che si sta combattendo sarà
un modello esemplare per molti conflitti futuri. Ecco perché
definisce l'originale metodo seguito, (è dal greco
istorèin, ossia raccontare, che deriva la parola
storia) "un possesso per l'eternità". Su rotoli di
papiri, accuratamente conservati, registra le battaglie più
importanti, mettendo al centro dell'intera vicenda le
decisioni prese dagli uomini, ritenendo attinenti solamente
alla sfera del mito le divinità dell'Olimpo e gli
oracoli. Nel 490 era scoppiata la prima guerra
greco-persiana, conclusasi con la sconfitta dell'esercito di
Dario I a Maratona per opera delle truppe ateniesi al comando
di Milziade, morto, secondo alcune fonti, l'anno seguente per
i postumi di una ferita riportata sul campo di battaglia
durante la fallita liberazione dell'isola di Paro. Temistocle,
appoggiato dai ceti dediti al commercio e contro l'espressa
volontà della grande proprietà fondiaria, convinse Atene a
procedere all'allestimento di una flotta in grado di creare
una salda egemonia marittima, avvalendosi delle ricche miniere
argentifere del Laurio. Nel 480, quando si celebrava la
settantacinquesima Olimpiade - che dal 776 si teneva ogni
quattro anni - l'esercito persiano di Serse I, succeduto da
cinque anni al padre defunto, attraversato l'Ellesponto su un
ponte di barche, invase la Grecia, saccheggiando Atene,
abbandonata dalla popolazione. A Salamina, però, la
superiorità tecnologico-militare degli ateniesi sul mare portò
alla completa disfatta dei persiani. L'esaltazione euforica
per la sofferta vittoria, che aveva strappato il mondo greco
dalle fauci del mortale nemico, favorì l'emergere di forze ed
energie fino allora latenti. L'età classica, che invece vide
lo scatenarsi di meschine discordie intestine, iniziava sotto
i migliori auspici: seguirono cinquant'anni di pace, che
favorirono la fioritura del pensiero scientifico, filosofico
ed umanista. Venne stipulato un entente cordiale tra
Atene e Sparta, molto avversato da Temistocle, costretto a
lasciare la città dopo l'affermazione della politica
conservatrice portata avanti da Cimone. Nel 456, mentre Mirone
stava lavorando al celeberrimo Discobolo, venne posta
l'ultima pietra delle Lunghe Mura, un doppio corridoio
fortificato che univa Atene e il Pireo, rendendo la città
inespugnabile, in quanto la flotta avrebbe potuto rifornire la
città anche sotto assedio. Solo con la salita al potere di
Pericle, si ebbe l'abbandono di tale politica, con la paziente
tessitura di complicate alleanze con i nemici storici di
Sparta e con la stipulazione di una pace con i persiani che
riconoscevano l'autonomia delle città greche dell'Asia minore:
iniziò così il tentativo di esportare con ogni mezzo il
modello ateniese in tutto il mondo allora conosciuto. Anche
nei confronti di chi si opponeva strenuamente a tale
imposizione. Per celebrare la grandezza della città,
Pericle volle a tutti i costi dedicare un grandioso tempio
alla dea Atena, il Partenone, posto sulla sommità
dell'Acropoli, rimasta un cumulo di macerie dopo la
devastazione della città da parte dei persiani. Lungo quasi
settanta metri e largo oltre trenta, esso venne costruito, in
nove anni di incessanti lavori, interamente in marmo. Allo
scultore Fidia, che sovrintendeva la maestosa opera, venne
affidata la creazione di una colossale statua - tredici metri
di avorio ed oro - in onore della dea. Attorno a lui si
trovavano numerose botteghe in cui i discepoli erano impegnati
nell'esecuzione dei disegni del maestro per le metope, il
fregio ed i frontoni del tempio. Appena più in basso, sul
palco del teatro di Dioniso, venivano quotidianamente provate
le battute delle tragedie di Sofocle ed Eschilo, ucciso
secondo la leggenda a Gela, in Sicilia, da una tartaruga
lasciata cadere da un'aquila sulla sua testa calva. Il
giovane Euripide metteva in mostra il suo geniale talento,
ottenendo la prima vittoria negli agoni drammatici, in cui si
misuravano i migliori artisti del tempo. Nei ginnasi venivano
esposte le tesi del filosofo Anassagora, accusato in seguito
di empietà e bandito dalla città per aver sostenuto che il
sole era costituito di metallo incandescente. Erodoto
correggeva
la stesura delle storie dedicate alle guerre persiane. Nel 460
era nato Ippocrate di Cos, destinato a lasciare un'impronta
molto profonda sulla medicina occidentale. Tucidide riporta le
parole di Pericle, che definì con orgoglio Atene la "scuola
della Grecia". Per la prima volta in Occidente si sperimentava
il funzionamento di una società in cui uomini, senza
discriminazione alcuna e non legittimati da una discendenza
divina, discutevano e approvavano pubblicamente questioni di
enorme rilevanza per la città come le dichiarazioni di guerra,
l'approvazione di imposte, la punizione di delitti. La
democrazia aveva reso tutti (eccezion fatta per gli schiavi e
per le donne, naturalmente) responsabili delle decisioni più
importanti: era l'Assemblea, che si riuniva all'aperto sul
colle della Pnice, che doveva rispondere di fronte all'intera
cittadinanza. Il popolo possedeva realmente il controllo
diretto della cosa pubblica; l'attività politica era la più
alta forma di vita sociale, che rendeva tutti i cittadini
liberi partecipi della creazione di un potente impero navale
su tutto il Mar Egeo, grazie al quale Atene poteva accumulare
le ricchezze provenienti dalle città aderenti della Lega
delio-attica da essa egemonizzata. Questa alleanza era stata
voluta da Temistocle l'anno seguente la seconda vittoria sui
persiani: la sede ufficiale venne fissata nell'isola di Delo,
proprio nel mezzo del Mar Egeo, dove nel tempio di Apollo
veniva custodito il tesoro sociale. Fu Pericle a deciderne il
trasferimento ad Atene, considerata più sicura. Gli oneri che
le colonie dovevano sostenere consistevano in tributi in
denaro e in natura e persino rematori, che in alcuni casi
dovevano prestare servizio sulle navi ateniesi per otto mesi
l'anno. Al porto del Pireo approdavano ogni giorno numerosi
vascelli che inondavano anche in pieno inverno i mercati della
città di ortaggi e frutta fresca provenienti da Cipro, dalla
Siria e dall'Egitto, il più grande produttore di grano del
mondo e allora provincia persiana. Le casse cittadine
arrivarono a custodire oltre quindici tonnellate di monete
d'argento. L'impero navale che si andava delineando - oltre
duecento navi da guerra pattugliavano costantemente le coste
del Mar Egeo - era stato reso possibile anche dall'abnegazione
dei rematori della flotta, i teti, ossia nullatenenti,
che a bordo delle navi avevano la certezza di percepire un
salario. Molti di loro diventavano poi coloni nei nuovi
territori conquistati, ricevendo un fazzoletto di terra e
degli schiavi. La rottura di questo equilibrio si ebbe nel
431, durante l'arcontato di Pitodoro, per esprimersi secondo
l'uso corrente ateniese. "La vera ragione della guerra, ciò
che la rese inevitabile, fu lo strapotere di Atene e la paura
che ne nacque a Sparta", confessa Tucidide all'inizio della
trattazione. Sparta temeva infatti che il dominio della rivale
si potesse estendere anche sulla terraferma, dove essa
esercitava ancora un saldo controllo. Una guerra, per quanto
traumatica, si rendeva necessaria per impedire che il
gap militare con Atene diventasse incolmabile. Sparta
rappresentava il modello canonico di potenza continentale,
arroccata all'interno del Peloponneso e difesa dal proprio
esercito e dagli alleati. Atene invece incarnava perfettamente
il ruolo di potenza marittima che attraverso la flotta
imponeva il proprio dominio alle isole del Mar Egeo. Atene
aveva accettato la sfida di creare un impero; Sparta, che non
poteva concedersi il lusso di armare gli iloti, ossia
gli appartenenti alla classe inferiore, già ribellatisi
all'inizio del secolo, scelse di rafforzarsi al proprio
interno, soprattutto dopo il devastante terremoto del 464 che
aveva drasticamente ridotto la popolazione. Atene
rappresentò la polis che meglio seppe interpretare il
passaggio dalla condizione di staticità del periodo arcaico
alla forma dinamica e piena di tensione della vita politica
del V secolo a.C. Tre erano stati gli episodi più recenti che
avevano fatto precipitare una situazione già abbondantemente
compromessa: lo scontro tra Corinto e Corcira, l'odierna
Corfù, che aveva indotto gli ateniesi ad inviare una
spedizione navale a sostegno della seconda in funzione
antispartana; l'embargo posto alla cittadina di Megara,
colpevole di aver coltivato terre sacre appartenenti al
santuario attico di Eleusi, che chiese
immediatamente
aiuto a Sparta; l'assedio ateniese a Potidea per indurre la
cittadina a rompere ogni legame con Corinto, al quale
parteciparono cinquemila uomini, tra cui anche il giovane
Socrate, che combatteva come oplita in una delle rare
sortite fuori da Atene. Gli oligarchi spartani, dopo che
l'alleata Tebe aveva attaccato senza preavviso Platea, da
sempre legata ad Atene, decisero di ricorrere alle armi e
nella primavera del 431 il re Archidamo guidò l'invasione
dell'Attica con un esercito composto da venticinquemila
uomini. Pericle diede l'ordine di raccogliere l'intera
popolazione e il bestiame all'interno delle mura cittadine e,
mentre gli spartani bruciavano migliaia di viti ed ulivi, la
flotta ateniese devastava le località marittime del
Peloponneso. Il primo anno, al termine del quale Pericle
pronunciò il già menzionato epitaffio, passò senza che si
verificassero altri scontri. L'anno seguente una terribile
epidemia di peste, portata in città da una nave proveniente
dal Medio Oriente, ebbe facile diffusione tra la gente e gli
animali ammassati in città, a causa delle pessime condizioni
igieniche e delle alte temperature estive. Lo stesso Tucidide
venne contagiato. Dopo la morte di Pericle, che era rimasto al
potere ininterrottamente per vent'anni ed era stato destituito
durante il terzo anno di guerra, la carica di stratego, che
era molto importante in quanto elettiva, venne assunta da
Nicia, mentre sul piano prettamente politico si affermò la
figura di Cleone, che si incaricò di guidare la crociata
antispartana, facendo approvare un decreto che raddoppiava i
tributi dovuti dagli alleati. Nel 422, durante lo scontro tra
i due eserciti sotto le mura di Anfipoli, cittadina
appartenente alla Lega delio-attica ribellatasi ad Atene, si
registrò la morte dei due capi, Cleone e lo spartano Brasida,
che rappresentavano i più tenaci assertori della guerra ad
oltranza. L'anno seguente le due parti si accordarono per
una pace della durata di cinquant'anni che prevedeva il
ritorno allo status quo iniziale. Pace che si rivelò
fin da subito precaria, soprattutto dopo l'affermarsi sulla
scena politica ateniese di Alcibiade, nipote di Pericle ed
allievo di Socrate, desideroso di imporre l'autorità ateniese
su tutto il mondo greco. Nel 416, mentre la guerra si
protraeva stancamente, Atene decise di affrontare la crisi
della Lega delio-attica, - molti erano stati i tentativi di
defezione - facendo sbarcare un contingente militare a Milo,
colonia spartana che aveva scelto la non belligeranza al
momento dello scoppio del conflitto quindici anni prima.
"Contro Milo si mossero con trenta loro navi, sei di Chio, due
di Lesbo, con milleduecento opliti ateniesi, trecento arcieri
e venti arcieri a cavallo, e inoltre millecinquecento opliti
circa, tra alleati e isolani", racconta Tucidide. Messi
ateniesi si recarono davanti agli oligarchi melii per
verificare se poteva essere trovato un accordo. Il geniale
storico greco ricrea la scena di un teatro, in cui attori di
consumata esperienza entrano con sapienza nella parte
assegnata. Da una parte gli ateniesi, desiderosi di affermare
e di consolidare l'impero; dall'altra la piccola isola di
Milo, intenta a salvaguardare la propria sopravvivenza. I
melii si accorgono subito della delicatezza della situazione,
affermando che esistono pochissime speranze di salvezza,
poiché l'esito della discussione può essere o la guerra, se le
posizioni rimarranno tali, o la schiavitù, che annullerebbe
l'identità politica dell'isola, se gli ambasciatori di Atene
saranno convincenti e faranno accettare le loro
imposizioni. "Non vi affliggeremo una lunga sequela di
parole", esordiscono i delegati ateniesi, rinunciando a
giustificare eticamente la loro condotta e confermando la
scelta di discutere non di giustizia, di cui ci si può
avvalere "solo quando si è su una base di parità", bensì
solamente dei rapporti di forza reali che obbligano la piccola
isola ad obbedire ai dettami della grande potenza. Concetti
astratti come giustizia o morale non possono essere presi in
considerazione: pochi anni dopo Platone si dimostra d'accordo
con la tesi esposta da Tucidide, facendo dire a Trasimaco, nel
primo libro della Repubblica, che la giustizia non è
altro che l'utile del più forte e a Callicle, nel
Gorgia, che ogni limitazione di questa tendenza per
mezzo di leggi è contraria alla natura. L'incompatibilità tra
forza e diritto emerge in modo palese e si risolve a favore
della prima: nella valutazione dei fatti politici, dirà
Machiavelli nel XVI secolo, non si possono prendere in
considerazione giudizi di valore. Bisogna riconoscere una
certa autonomia alla politica, poiché l'ambito di azione degli
Stati è profondamente diverso da tutti gli altri scenari. "Il
nostro intendimento", proseguono gli ateniesi, "è di
esercitare l'impero su di voi senza traumi, e garantire la
vostra salvezza in modo conveniente per entrambi". E' la
bruta realtà dei rapporti di forza che viene messa al centro
della discussione: l'essere temuti, e al limite anche odiati,
è la prova incontrovertibile della potenza di una così
valorosa città. Gli oligarchi melii, nella prima fase del
dialogo, ribattono sterilmente alla
ferrea
logica di dominio esposta, cercando con futili argomentazioni
e timidi balbettii un modo per uscire dal vicolo cieco in cui
si trovano. "Come potrebbe essere conveniente allo stesso modo
per noi essere schiavi e per voi dominare?". Anche il
tentativo di convincere i propri interlocutori a spostarsi dal
mero profitto immediato per concepire una visione di insieme
proiettata verso il futuro, che contempli l'utilità di
comportarsi in modo accondiscendente, fallisce miseramente.
L'immagine della città cui tutti i greci guardano con
ammirazione e rispetto sarebbe notevolmente danneggiata da un
comportamento che imbarbarirebbe i rapporti tra gli Stati,
sostengono i melii, e questo potrebbe ritorcersi contro di
loro, in caso di sconfitta. Atene, invece, è perfettamente
consapevole che il danno maggiore le verrebbe da una condotta
non rigorosa, che costituirebbe un esempio nefasto per le
altre colonie amministrate, che chiederebbero immediatamente
un trattamento analogo: "solo con la vostra sottomissione voi
ci garantireste la sicurezza", concludono con freddo cinismo i
delegati ateniesi. Il comportamento dei melii è percepito come
una pericolosa minaccia ai propri interessi nazionali. Il
controllo di Milo è una condizione necessaria e un passaggio
obbligato verso "signoreggiare tutta la Grecia", secondo le
parole di Alcibiade, che più di ogni altro interpretò la
visione più intransigente di politica aggressiva. I
potenziali competitori, Sparta e il redivivo Impero persiano,
sono in attesa di passi falsi e crepe nel mastodontico
edificio meticolosamente costruito. Atene non può prescindere
dal dominio sul mare, che al momento è pressoché totale,
perché è la principale condizione della propria sopravvivenza.
Ed è proprio dalle isole del Mar Egeo che non si possono
tollerare insubordinazioni da parte di sudditi renitenti. Per
mantenere in piedi un impero è necessario combattere, in primo
luogo con mezzi militari, e rispondere con la forza
ogniqualvolta tale dominio è messo in discussione. I melii si
dicono fiduciosi e si affidano, per scongiurare una dura
repressione, alla "fortuna", che a volte può colmare il
divario esistente tra due contendenti, alla "buona sorte che
promana dalla divinità" e confidano "nell'alleanza con
Sparta", dovuta al rapporto di stirpe che lega le due città.
Gli ateniesi, dopo aver liquidato con sarcasmo l'affannoso
tentativo degli isolani di affidarsi irrazionalmente alla
sorte, - "la mantica, gli oracoli e tutto quanto, insieme con
le speranze, porta la gente alla rovina" - espongono molto
chiaramente la logica imperiale che guida le loro azioni: "tra
gli uomini […] un necessario e naturale impulso spinge a
dominare su colui che puoi sopraffare. Questa legge non
l'abbiamo stabilita noi, né siamo stati noi i primi a
valercene; l'abbiamo ricevuta che già c'era e a nostra volta
la consegneremo a chi verrà dopo, ed avrà valore
eterno". L'unica legge che vige è quella del più forte,
soprattutto quando non esiste un'entità sovranazionale in
grado di imporre opportune regole di condotta. Gli Stati sono
come gli uomini nello stato di natura analizzati da Hobbes nel
Leviatano: mentre, però, gli uomini si sono evoluti per
non sbranarsi a vicenda come lupi, nel campo delle relazioni
internazionali è molto difficile giungere ad un accordo,
poiché gli interessi degli attori sono troppo contrastanti.
Sempre Hobbes afferma che in guerra la forza e la frode sono
le due virtù cardinali. Le dinamiche della politica
internazionale, per natura profondamente conflittuale, seguono
le regole dell'anarchia, conciliabile o con un impero quasi
universale, che imponga la propria indiscussa supremazia
militare e politica, o con un equilibrio tra le varie potenze,
che impedisca determinati comportamenti pericolosi per
l'equilibrio del sistema. Tucidide illustra il tentativo
egemonico di Atene, che ci viene mostrata all'apogeo della
propria consapevolezza, di controllare e di agire come
catalizzatore di tutto il mondo conosciuto attraverso la
flotta, sposando la tesi che in politica internazionale
l'alternativa si riduce semplicemente al dominare o all'essere
dominati. I delegati ateniesi non perdono tempo nemmeno a
ritenere possibile l'aiuto di Sparta, che non può in alcun
modo violare il loro dominio sul mare, ed offrono all'isola la
condizione di alleata tributaria con la promessa di non
devastarne il territorio. "Non ce la sentiamo di liquidare
in pochi istanti la libertà di una città che esiste ormai da
settecento anni", ossia dalla calata dei Dori nel XII secolo
a.C., rispondono con fiera disperazione i melii. Gli ateniesi,
abbandonando il tavolo delle trattative, sentenziano: "poiché,
fiduciosi negli Spartani, nella fortuna, nelle vostre
speranze, avete messo in gioco tutto, perderete tutto". Appena
prima avevano esortato i melii a valutare nel modo corretto
l'oggetto del contendere: "la salvezza: il che significa non
opporsi a chi è di gran lunga più forte". E' la forza che
regola, e nel caso appiana, i contrasti tra entità politiche
differenti. Il "Terribile dialogo", come si esprime Nietzsche
nella Genealogia della Morale, si conclude con un nulla
di fatto. L'isola venne posta sotto assedio e, terminata
l'estate, gli ateniesi,
che
Pericle aveva investito del compito di educare la Grecia, in
quanto amanti del bello e della sapienza, sterminarono pochi
anni dopo con inaudita ferocia i cittadini di Milo, passando
per le armi i maschi adulti e vendendo come schiavi le donne e
i bambini. Cinquecento coloni si videro assegnata tutta la
terra coltivabile. La libertà, che regolava tanto mirabilmente
i rapporti dentro Atene, era così arrogantemente violentata
con l'imposizione del modello politico ateniese anche a quelle
città che con coraggio l'avevano rifiutato. Già in precedenza
si erano verificati altri casi analoghi: nel 428 il tentativo
di ribellione di Mitilene fu represso da Atene nel sangue;
nello stesso anno gli spartani e i tebani massacrarono
l'intera popolazione di Platea, colpevole di essersi schierata
con il nemico. Per Tucidide l'impero costituisce un fatto
di natura, che non può essere oggetto di considerazioni
morali: bisogna valutare in maniera diversa le relazioni tra
individui all'interno di uno Stato, dove le leggi possono
sanzionare comportamenti devianti, e quelle tra Stati,
dominate unicamente dalla legge del più forte. Il linguaggio
universale parlato nell'arena internazionale è la potenza,
economica, militare o tecnologica che sia. La trama della
politica tra Stati resta costante: il problema eterno della
coesistenza di unità politiche gelose della propria autonomia
non sembra poter essere definitivamente risolto. Il dinamismo
delle relazioni sovranazionali è dovuto alla lotta di
opposizione che deriva da una necessità naturale e
dall'impossibilità di comporre in modo duraturo attriti e
contrasti. Si deve accettare il carattere di inesorabile
conflittualità dei rapporti tra gli Stati. Non è facile
ribattere alla tesi esposta: lo scontro tra la spietata
realpolitik ateniese e la visione quasi romantica della
piccola isola, colpevole solamente di trovarsi in mezzo al Mar
Egeo, non può che avere un vincitore, qualunque sia la
decisione presa. La condotta di Atene, per quanto fredda ed
insensibile possa sembrare, si dimostra assolutamente più
logica e coerente e lo stesso dialogo si risolve anche
verbalmente a favore dei messi ateniesi. Come il suo
contemporaneo Sun Tzu, vissuto nella Cina feudale degli Stati
combattenti e che aveva visto da pochi anni la scomparsa di
Confucio, Tucidide studia il fenomeno bellico, riconducendolo
a fattori esclusivamente umani. La guerra, affermò il grande
studioso cinese nel trattato L'arte della guerra, è di
vitale importanza per lo Stato, è materia di vita o di morte,
è una scelta che può condurre alla salvezza o alla rovina.
L'anno seguente Alcibiade convinse l'Assemblea ad approvare
una spedizione navale contro Siracusa, alleata di Sparta: la
città festosa si radunò sulle banchine del porto del Pireo per
salutare i soldati mandati a combattere ad oltre mille
chilometri di distanza. La notte precedente alla partenza, le
Erme di Dioniso che erano poste agli incroci e nelle
piazze di Atene furono mutilate e lo stesso Alcibiade, dopo la
raccolta di prove a suo carico, fu accusato di sacrilegio. Una
nave venne inviata in Sicilia, dove già si stava combattendo,
per riportarlo ad Atene e processarlo. Alcibiade riuscì però a
fuggire e ottenne rifugio a Sparta. Le operazioni militari,
nonostante l'invio di rinforzi al comando di Demostene,
volgevano intanto al peggio. La notte del 23 agosto 413, nel
più completo buio dovuto ad un'eclissi totale di luna, la
flotta siracusana bloccò le navi ateniesi all'interno del
porto. Duecento navi si affrontarono in pochi metri
d'acqua: l'esercito ateniese lasciò sul campo migliaia di
soldati, settemila uomini erano caduti vivi nelle mani del
nemico e condannati ai lavori forzati nelle cave di pietra
alle porte di Siracusa. Il totale delle perdite ammontò a
quarantamila morti: un'intera generazione venne cancellata.
Nicia e Demostene vennero condannati a morte. Approfittando
della situazione, le città della Lega delio-attica invocarono
l'intervento spartano e, una dopo l'altra, si ribellarono ad
Atene, dove iniziarono a diffondersi richieste di pace. Il
notevole onere di debiti e di spese connesse al mantenimento
del ruolo di potenza egemone fecero implodere il sistema tanto
faticosamente costruito. La delegittimazione dell'autorità
ateniese sul mondo greco proseguì senza sosta. Nel 411
Aristofane, nella Lisistrata, espose con ironia
l'accordo delle donne di tutte città greche, che decisero uno
"sciopero dell'amore" per convincere gli uomini a porre fine
al lungo e sempre più sanguinoso conflitto. Sparta avviò
contatti diplomatici con i persiani, mentre Atene, dove si
verificò pure un colpo di stato oligarchico che per un anno
limitò i diritti politici prima a soli quattrocento, poi a
cinquemila cittadini, intavolò un dialogo proficuo con
Cartagine per minare l'appoggio di Siracusa alla rivale. La
comune lotta contro i barbari era ormai uno sbiadito ricordo.
Nel 404, dopo la disfatta ateniese ad Egospotami, Lisandro, il
nuovo capo militare di Sparta, grazie agli aiuti finanziari
persiani che avevano consentito di mettere in discussione il
dominio ateniese, guidò la flotta verso il Pireo: Atene venne
assediata per mare, mentre il re spartano Pausania guidava i
suoi uomini dalla terraferma, Dopo mesi di agonia la città si
arrese incondizionatamente. Queste le parole di Senofonte,
che nel secondo libro delle Elleniche riporta la triste
fine dell'impero: "Gli ateniesi, assediati per terra e per
mare, non sapevano più cosa fare, non avevano più navi, né
alleati, né viveri e pensavano che non ci fosse nessuna via di
salvezza: sarebbe toccato loro subire la stessa sorte" - e qui
il riferimento è al duro trattamento riservato a Milo - "che
avevano inflitto alle popolazioni di tante piccole città". Gli
alleati di Sparta, infatti, proposero di radere al suolo
Atene, di uccidere tutti i maschi adulti e di vendere donne e
bambini come schiavi. Gli spartani giunsero ad una più
ragionevole conclusione, rendendo il giusto onore a chi aveva
saputo tanto valorosamente battersi anni addietro per la
libertà del mondo greco. Le Lunghe Mura, tra le note melodiose
dei flauti, continua Senofonte, furono abbattute; l'intera
flotta, eccezion fatta per dodici navi, venne requisita e i
cantieri del Pireo smantellati; un presidio spartano fu
instaurato sull'Acropoli. Il potere venne assegnato ad un
governo oligarchico, detto dei Trenta Tiranni, dipendente da
Sparta. Lisandro dispose il ritorno dei melii superstiti nella
loro isola, governata per oltre un decennio da una
cleruchia ateniese. Il tentativo ateniese di costruire
un'egemonia allo stesso tempo marittima e terrestre si risolse
in un fallimento. Il vero vincitore fu il satrapo persiano
Tissaferne, che coronò di successo la politica di mantenere un
proporzionato equilibrio tra le due potenze rivali. Fu l'aiuto
offerto a Sparta dai persiani a partire dal 413, quando
Alcibiade in persona si era recato in Persia, che permise a
questa di sconfiggere la rivale. Chi perse definitivamente
ogni speranza di influenzare il mondo circostante fu la
cultura greca, fiaccata da un debole policentrismo, che iniziò
a decadere verso un oblio millenario. La sconfitta di Atene in
Sicilia fu altresì un momento cruciale per la storia
dell'intero continente, da lì a breve assoggettato dalle
legioni dell'impero romano. | |
BIBLIOGRAFIA
- Il dialogo dei melii e degli ateniesi, a
cura di Luciano Canfora - Letteratura Universale Marsilio,
Venezia, 1991.
- Akropolis. La grande epopea di Atene, di
Valerio Massimo Manfredi - Oscar Mondadori, Milano, 2001.
- Antologia della letteratura greca, di
Guido Paduano - Zanichelli, Bologna, 1991.
- La guerra del Peloponneso, di Tucidide -
Biblioteca Universale Rizzoli, Milano,
1989.
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